Le immagini mai viste della distruzione del Chaco: distese di soia al posto delle foreste

Terreni bruciati, alberi abbattuti. Poi, distese di soia, dove prima sorgeva la foresta. Ecco le immagini della deforestazione in Argentina e Paraguay. Per far crescere l’industria dei mangimi. Tra glifosato e bambini con tumori

(L’articolo sul sito del Corriere della Sera)

Le immagini sono davvero impressionanti. Distese di monocolture che si stendono a vista d’occhio. Poi una sottile linea di confine e inizia la scena, sempre uguale, di distese altrettanto vaste di terreni rasi al suolo dalle fiamme o coperti da file di tronchi abbattuti dal lavoro sistematico dei bulldozer. Terreni che prima ospitavano la foresta del Chaco, il più grande ecosistema “nativo” del Sud America dopo l’Amazzonia, che giorno dopo giorno lascia spazio a nuove coltivazioni di soia e cereali.

La frontiera della deforestazione

Le immagini sono state realizzate tra agosto e settembre 2017 dalla Ong statunitense Mighty Earth in un tratto lungo 4200 km del Gran Chaco, tra Argentina e Paraguay. Un lavoro durato settimane, per raccontare attraverso l’occhio di un drone e una serie di indagini sul campo quello che sta succedendo nella zona dove la deforestazione (legale e illegale) avanza con i ritmi più rapidi al mondo.
L’ecosistema del Chaco ricopre un’area di 110 milioni di ettari tra Argentina, Paraguay, Brasile e Bolivia. Si stima che tra il 12 e il 15 per cento del Chaco sia già stato “convertito” in uso agricolo. Tra il 2000 e il 2012 è stata deforestata un’area di circa 8 milioni di ettari. Negli anni successivi il ritmo è aumentato come “effetto indiretto” delle normative contro la deforestazione legata alla soia in altre zone del Sud America, come l’Amazzonia.

Carenza normativa

«In Argentina e in Paraguay esistono sistemi di tutela ambientale simili, che sono ancora più deboli di quello del Brasile. In generale c’è una situazione di mancanza di norme», ci racconta Anahita Yousefi, responsabile delle campagne di Mighty Earth. «In questi due Paesi in sostanza c’è solo Greenpeace Argentina come soggetto che si occupa di monitorare l’avanzata della deforestazione, contrastando il taglio illegale».
Secondo i dati raccolti dall’associazione, la «carenza normativa» ha già permesso la perdita di oltre il 22 per cento della superficie di foreste dell’Argentina, convertite per lo più in coltivazioni di soia. La zona più colpita è il nord del Paese, nell’area del Gran Chaco, ovvero nelle province di Santiago del Estero, Salta, Formosa e Chaco, «dove si concentra l’80 per cento della deforestazione».
Anche in Paraguay il Chaco è il principale fronte di deforestazione da quando nel 2004 una normativa ha imposto la «deforestazione zero» dall’altra parte del Paese, nelle aree atlantiche già quasi totalmente convertite in terreni agricoli, spostando di fatto l’avanzata delle coltivazioni. «Nel Chaco argentino il principale motivo della deforestazione è la soia», afferma Yousefi. «Nell’area del Chaco in Paraguay invece il primo motivo di deforestazione è l’allevamento bovino (ne avevamo parlato in un precedente servizio, ndr), poi c’è la soia».

La questione chimica

Insieme alle immagini della deforestazione, Mighty Earth ha approfondito anche l’impennata dell’utilizzo della chimica nel Chaco, dovuto alle sfavorevoli condizioni di coltivazione in quest’area del pianeta. «Il clima rigido del Chaco non è naturalmente adatto alle grandi monocolture», si legge nel rapporto della Ong. «Di conseguenza, la soia coltivata qui è geneticamente modificata e richiede grandi quantità di fertilizzanti chimici e pesticidi, come l’erbicida glifosato».
Ad oggi in Argentina sono ammesse 46 colture Ogm, la maggior parte soia e mais. Il team investigativo di Mighty Earth ha raccolto sul campo diverse storie in cui le fumigazioni dei campi, fatte con gli aerei sulle grandi monoculture di soia, sono le principali indiziate dei problemi di salute anche gravi alle popolazioni delle città e dei villaggi della regione, adiacenti ai campi. «Sono venuti qui nel Chaco e in tutta l’Argentina per crearci problemi di salute con la Soia», si sfoga Catalina Cendra, piccola agricoltrice di Napai, città della provincia del Chaco in Argentina. «Vengono, seminano, avvelenano, raccolgono e vanno via».

Chi vende e chi compra

Il team di ricercatori incaricato da Mighty Earth riferisce nel rapporto di aver intervistato anche diversi coltivatori delle distese di soia: «Ci hanno detto che la loro soia è venduta ai principali trader, citando specificamente Cargill e Bunge tra i maggiori acquirenti». Le due multinazionali, insieme ad altre sigle come Adm, Louis Dreyfus e Wilmar, controllano circa il 90 per cento del commercio mondiale di cereali e semi oleosi come la soia. Entrambe erano già state citate in una precedente investigazione di Mighty Earth sul Cerrado Brasiliano e l’Amazzonia in Bolivia. Quello che è certo è che la stragrande maggioranza della soia coltivata nel Chaco è destinata all’esportazione, in particolare attraverso il porto argentino di Rosario. A livello mondiale, Brasile, Argentina e Usa rappresentano insieme circa l’80 per cento della produzione mondiale di soia, mentre Europa e Cina sono i due principali importatori. Secondo i dati dell’osservatorio resourcetrade.earth nel 2016 l’Europa ha importato 46,8 milioni di tonnellate di soia, di cui 27,8 dall’America Latina. L’Italia ha un ruolo tutt’altro che secondario nelle importazioni di soia sudamericana. Secondo lo stesso osservatorio, nel 2016 ha importato -nell’ordine- 1,5 milioni di tonnellate dall’Argentina (terzo importatore UE), 653 mila tonnellate dal Brasile (sesto importatore UE), 530 mila dal Paraguay (secondo importatore UE).

L’industria dei mangimi

Almeno l’85 per cento della soia importata in Italia è utilizzata per la produzione di mangimi, destinati agli allevamenti. La stessa Mighty Earth mette in correlazione la soia importata con l’aumento del consumo di carne in Europa: secondo i dati Ocse, nel 2016 ogni cittadino europeo ha consumato in media 32 kg di suino, 24 kg di pollo, 11 kg di carne bovina, 2 chili di ovini e caprini.

Il collegamento tra deforestazione, soia, carne e derivati è un tema centrale in ottica di sostenibilità alimentare. L’aumento di nuovi terreni coltivati a soia e cereali è trainato prevalentemente dalla domanda dell’industria mangimistica, che deve far fronte all’aumento del consumo globale di carne. Una domanda che che a sua volta va di pari passo con l’aumento della popolazione mondiale, che dovrebbe superare i 9,7 miliardi nel 2050.

Secondo i dati Faostat, produciamo già calorie alimentari per circa 16 miliardi di persone, ma gran parte della produzione di cereali e semi oleosi è destinata ai circa 70 miliardi di animali da produzione allevati ogni anno. Con questo ritmo, si stima che nel 2050 un quinto delle foreste residue sul pianeta dovrà essere convertito in terreno agricolo per la produzione di soia e cereali.

(L’articolo sul sito del Corriere della Sera)

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