Mortadella e maiali, viaggio dentro l’allevamento di suini più grande d’Europa

Mega-allevamenti intensivi fino a 100mila capi: la Germania Est è il cuore della produzione europea di carne di maiale economica – che fornisce anche le nostre IGP

(Leggi l’articolo originale sul sito del Corriere)

 

«È stata una strategia del governo tedesco di concentrarsi sull’export. Ma non sull’export di prodotti di qualità. In Germania ci si è focalizzati sull’export di carne davvero economica».
A parlare dal suo ufficio nel cuore di Berlino è Katrin Wenz, la responsabile per le politiche agricole del Bund, la principale associazione ambientalista di tutta la Germania. Mentre parla, Wenz mostra su una cartina decine di progetti di allargamento di «mega-allevamenti» intensivi di suini sparsi per la Germania, per lo più ad Est. Fabbriche in grado di produrre oltre 60 mila capi l’anno, che ambiscono ad aumentare ancora la loro capacità: ecco il motore di questa produzione a prezzi stracciati di carne di maiale.
Questa immagine spiega perché la Germania -a fronte di un consumo interno in calo da alcuni anni- riesca ad essere ancora oggi un grande esportatore di carne di maiale, di gran lunga il primo fornitore per l’Italia (381 mila tonnellate nel 2016, secondo Eurostat). Carne utilizzata nel nostro paese per qualsiasi produzione non Dop, dato che prosciutti e salumi di origine protetta assorbono la quasi totalità della produzione nazionale. Carne utilizzata anche per le nostre più celebri eccellenze Igp (Indicazione Geografica Protetta), come la Mortadella di Bologna, ma anche il Prosciutto di Norcia, lo Zampone di Modena, la coppa di Parma.

Il sistema DDR

Dopo aver parlato con Wenz, ci spostiamo da Berlino, direzione: Est. Qualche ora di auto dopo mi trovo nei pressi di Vetschau/Spreewald, un centro da 9 mila abitanti non lontano dal confine polacco. In mezzo a una foresta, si stende a perdita d’occhio l’allevamento più grande d’Europa. Una capacità stimata tra i 60 e gli 80 mila capi. Un filo spinato interminabile avvolge per centinaia di metri un unico capannone. Una struttura grigia, piatta e monolitica, che non mostra all’esterno neanche una fessura. Vista di persona, evoca in modo prepotente l’immagine di un moderno lager. Come molti altri in Germania, l’allevamento di Vetschau/Spreewald è nato negli anni ‘70, sotto il governo della Germania Est. Seguendo uno schema comune ai paesi allora sovietici, la Ddr scelse un sistema di produzione «di massa» anche per la carne, puntando su immani allevamenti «ultra-intensivi». Dopo la caduta del muro, questi giganti sono divenuti subito una delle principali attrattive per gli investitori in questa parte del Paese. Uomini d’affari da tutta Europa, in particolare dalla Germania Ovest e dalla vicina Olanda, sono venuti qui per prendere in mano questi «mega-allevamenti» e rilanciarne la produzione, considerata strategica dalla politica locale e nazionale.

Gli investitori

«Questi investitori furono attratti politicamente, hanno ottenuto fondi per lo sviluppo in modo che proseguissero la gestione degli allevamenti, le procedure per le autorizzazioni furono semplificate», racconta Sandra Franz, portavoce di Animal Rights Watch in Germania. L’associazione nel 2014 ha denunciato con un video una serie di abusi ed irregolarità all’interno di alcuni mega-allevamenti, tra cui Vetschau/Spreewald: terribili condizioni di detenzione degli animali e gravi carenze igienico-sanitarie. Le immagini hanno avuto una ribalta mediatica nazionale, ma non hanno impedito all’azienda che gestisce l’allevamento di Vetschau/Spreewald di andare avanti con un progetto di ampliamento di ulteriori 25mila capi.
«Oggi questa struttura è nelle stesse condizioni in cui era negli anni ‘70 (…) Nonostante ciò è stato approvato il progetto di ampliamento», racconta Dirk Marx, portavoce del movimento di abitanti di Vetschau/Spreewald, che sta combattendo una difficile battaglia in tribunale per fermare l’allargamento. Una battaglia in salita: proprio quelle «procedure semplificate» oggi permettono l’esistenza di questo allevamento e di altri analoghi, nonostante la frequente incompatibilità con le più attuali leggi tedesche in fatto di ambiente, qualità delle produzioni, benessere animale. Il tutto, ovviamente, grazie all’ingrediente base dell’inazione della politica locale dei vari land, che hanno tutto l’interesse a tutelare il proprio export di carne a buon mercato.

(Leggi l’articolo originale sul sito del Corriere)

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